Anno V - n.5 - 7 febbraio 2004

IRRIVERENTE, BEFFARDO, DIVERTENTE
Al Teatro Litta di Milano, Aia Taumastica è in scena, fino al 20 febbraio, con Aspettando Godot. Rispettando con fedeltà filologica il testo di Samuel Beckett, il regista Massimiliano Cividati ha progettato uno spettacolo di grande godimento

di CLAUDIO FACCHINELLI

Milano - Il nome è pressoché impronunciabile, ma non è di fantasia: “taumastico” ha la stessa radice di “taumaturgo” (colui che opera miracoli), e in greco antico thaumastòs significa meraviglioso, sorprendente. Il giovane gruppo lombardo Aia Taumastica si è dato questo nome, forse anche per indicare, con una sorta di ossimoro, di congiunzione dissonante fra un luogo umile, domestico, ed una qualità mirabile e dal suono arcano, un programma, un manifesto culturale. In effetti, l’itinerario delle loro esplorazioni artistiche, che privilegiano di regola il gesto sulla parola, e spaziano da Tommaso Landolfi a Michel de Ghelderode, passando per Shakespeare e Calvino, non si può dire lineare.
Questa volta, quasi per scommessa, hanno affrontato Samuel Beckett: Aspettando Godot. Rispettando con assoluta fedeltà filologica il testo, il regista Massimiliano Cividati, anima artistica del gruppo, ha progettato una messa in scena densa di idee, che funzionano, e ci consegnano uno spettacolo in cui, accanto ai registri stralunati ed angosciosi, che siamo forse più abituati ad associare a quest’opera inquietante (che ha ormai sulle spalle più di mezzo secolo), vengono esaltate le venature irriverenti, beffarde, ed anche divertenti.
Efficace l’inserimento del Rapsodija Trio (il violino di Maurizio Dehò, la chitarra di Luigi Maione, la fisarmonica di Gian Pietro Marazza): una formazione abituata da anni a frequentare, anche attoralmente, il palcoscenico. I tre, difatti, non si limitano a suonare dal vivo le loro fascinose musiche di scena (alcune originali, la maggior parte tratte dal loro composito repertorio, per lo più di ispirazione mitteleuropea), ma svolgono il ruolo teatrale del coro, muovendosi in scena e in un palco di proscenio, giungendo ad interpretare, in coppia, volutamente maldestri ed imbranati, l’enigmatica figura del ragazzo che, reiteratamente, annuncia il rinvio al giorno successivo dell’arrivo di Godot. La loro musica interagisce e guida con felice effetto spettacolare le azioni mimiche dei due vagabondi, Gogo e Didi, in un contrappunto drammaturgico di grande godimento.
Più coraggiosa, forse discutibile, ma non meno efficace, e gravida di intriganti valori semantici e simbolici, la scelta di ridurre il personaggio di Lucky ad una scopa, ad un oggetto umile ed inanimato (anche se non privo di implicazioni fantastiche: la scopa della strega, o dell’Apprendista stregone di Goethe), che tuttavia torna ad animarsi nel lungo, intellettualistico sproloquio in cui si produce, a richiesta del suo dispotico padrone, e si trasforma - verrebbe da dire: per incanto taumastico - in una sorta di ambigua fata, di agile danzatrice in carne ed ossa (la bella Raffaella Bonivento), dalla lunga e vistosa parrucca color platino, contraltare dello scostante Pozzo, interpretato da Silvio Da Rù, che sa restituire con credibilità, nel secondo tempo, anche la sorda disperazione del suo personaggio.
Ma le invenzioni registiche non finiscono qui, ed oltre ad avere una loro efficacia spettacolare, rimandano spesso a sollecitazioni offerte dal testo stesso: le foglie, che nella seconda giornata ornano l’albero, sono qui dei nodi scorsoi, ed alludono alla proposta di impiccarsi, formulata il giorno precedente; all’inizio del secondo tempo, il temporaneo scambio degli attori (i generosi, ipercinetici Pietro Pilla e Marco Cacciola, che impersonano Vladimiro ed Estragone) riecheggia in modo non pretestuoso lo scambio delle scarpe.
Alla pulitezza e al rigore della regia fa riscontro una scenografia essenziale, ideata dallo stesso Cividati: oltre all’albero, un cassone, un po’ armadio, un po’ bara, un po’ trappola perigliosa.
Nel pubblico che affollava il Teatro Litta di Milano si notava, con piacevole sorpresa, la presenza di molti giovani, e anche di studenti di scuola: è consolante verificare che i ragazzi stanno prendendo l’abitudine di andare a teatro anche alla sera, e non solo per assistere ai pur necessari Shakespeare, Molière, Goldoni e Pirandello. E, per di più, sembravano aver scoperto che, anche con Beckett, ci si può divertire davvero.
Si replica fino al 22 febbraio.